Marzo 31, 2019

Storia delle Cave di Montorfano

Il granito veniva utilizzato già nel XV secolo, come si legge in una lettera di Galeazzo Maria Sforza datata 21 agosto 1473, con la quale decretava che agli abitanti di Mergozzo, Albo e Bracchio era possibile estrarre pietre «dai monti e dai colli situati nella giurisdizione di quei luoghi in cui abitano e per proprio uso e soltanto per le loro case e per le loro necessità; ma non che abbiano facoltà di vendere alcunché degli stessi marmi e pietre o farne alcun commercio».

La prima cava gestita a scopo commerciale viene invece ufficialmente aperta nel 1604. 

Il boom dell’attività estrattiva si avrà nel XIX secolo, quando il Montorfano, trasformato in un enorme cantiere, arrivò a contare fino a 39 cave attive.

L’attività di estrazione sarà per molto tempo il fondamento dell’economia mergozzese con generazioni di scalpellini.

Qualche dato numerico

Il valore della pietra estratta sul Montorfano risulta chiaro dai tariffari per gli affitti delle cave. Infatti si legge in una “Stima” del 1720 che “a fronte di un valore di 50 lire per Albo e di 20 per Bracchio, stanno le 600 lire per quelle del Monte Orfano”.

La sola cava coltivata dal signor Fedele De Giuli nel 1837 contava 112 lavoranti: 10 minatori, 48 tagliatori, 39 scalpellini, 15 manovali. Lo sfruttamento della pradera(cava) è poi proseguito tra il 1894 e il 1930, amministrato con sapienza dal Cavalier Luigi Donna, nipote di Fedele De Giuli. La cava di granito bianco detta Cava Donna è oggi l’unica attiva sul Montorfano.

Le tecniche di estrazione antiche

Apertura della cava

Prima di avviare l’estrazione della pietra venivano effettuati un’ispezione del luogo e accurati sondaggi. Se il sito risultava idoneo si chiedeva l’autorizzazione per l’apertura all’amministrazione comunale e alle autorità superiori competenti, nel caso del Montorfano alla prefettura di Pallanza. Se l’autorizzazione veniva concessa il sito veniva collegato con il fondo valle, a volte i sentieri potevano essere molto ripidi e pericolosi. Veniva poi costruita nel punto più opportuno la forgia, un luogo per la cura e la manutenzione degli utensili. Successivamente iniziava l’escavazione, si doveva togliere il primo strato di roccia, il caplàsc, rovinato dalle intemperie. Anticamente il taglio veniva eseguito con cunei di betulla o di rovere che venivano inseriti nella roccia e poi venivano bagnati. Si riusciva così a staccare grossi blocchi grazie alla dilatazione del legno. Il metodo utilizzato in seguito, a partire dalla fine del XVIII secolo, fu quello della polvere da sparo, non solo per togliere il caplasc ma anche per le estrazioni.

L’estrazione con la polvere nera

Il metodo di estrazione mediante l’esplosione della polvere nera venne introdotto attorno alla fine del 1700 ed è stato utilizzato ancora nella seconda metà del XX secolo. Si eseguiva facendo profondi buchi, anche oltre 10 metri, di circa 4 centimetri di diametro con ferri tondi o esagonali dalla punta molto tagliente, percossi con una grossa mazza. All’interno di questi fori si inseriva la miccia e la polvere da sparo aiutandosi con un lungo legno dritto (pastural), il foro veniva poi tappato con terra argillosa. La prima esplosione causava un allargamento del foro nel quale si introduceva una carica più potente, questa operazione veniva ripetuta più volte, con intervalli di alcune ore, fino a che il masso non si staccava. È un metodo molto più rapido rispetto a quello con i cunei lignei bagnati, ma è anche molto dispendioso, infatti causava altissime perdite di materiale, a volte superiori all’ottanta per cento della pietra abbattuta.

Il trasportoLa complessità e pericolosità del lavoro di cava non si fermava alle operazioni di estrazione, ma coinvolgeva pure le successive attività di trasporto. La prima fase, in cui si dovevano far discendere le pietre dalla montagna, era certamente la più delicata. Essa poteva essere svolta solo in alcuni casi con carri, laddove le pendenze non fossero eccessive, laddove invece, ed erano in zona i casi più frequenti, ci fossero forti dislivelli e notevoli pendenze, venivano utilizzate particolari slitte (struse), trattenute con funi e fatte scivolare lungo ripide vie lastricate dette lizze.
Una volta giunta sul fondovalle la pietra poteva poi avvantaggiarsi per il trasporto della presenza di vie d’acqua, quali il Toce (a Candoglia) e il Lago Maggiore (per il Montorfano).